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Il 2 febbraio, nel calendario cristiano, è il giorno della Candelora, la festa della Presentazione di Gesù bambino al Tempio e della purificazione di Maria. È una ricorrenza legata alla luce, al passaggio, al riconoscimento: non a caso, durante la liturgia, si benedicono le candele, simbolo di una luce che entra nel mondo e lo attraversa.

In Campania, però, questa data porta con sé anche un altro significato, più antico e profondamente radicato nella cultura popolare. Il 2 febbraio è infatti il giorno della Iuta dei femminielli, il pellegrinaggio devozionale al Santuario di Montevergine, un rito collettivo che intreccia religiosità cristiana, tradizioni precristiane, corpo, musica e identità.

Chi sono i femminielli nella cultura campana

Il femminiello è una figura storica della cultura campana. Si tratta di una persona nata maschio che vive ruoli femminili, ma ridurre questa figura a una categoria identitaria contemporanea sarebbe fuorviante. Ciò che conta, dal punto di vista culturale, è che il femminiello non vive ai margini, ma all’interno della comunità, in una posizione socialmente riconosciuta.

Nella tradizione popolare campana, i femminielli sono spesso associati alla fortuna, alla mediazione, alla capacità di stare tra gli opposti. Sono una presenza che supera la binarietà di genere : una differenza prevista nell’assetto sociale, che la include e la normalizza. 

La figura del femminiello è stata raccontata e valorizzata anche nella cultura di massa e nel teatro. Come non citare Il lavoro di Roberto De Simone, in particolare, ha restituito dignità e profondità simbolica a questi universi rituali, sottraendoli alla caricatura folkloristica e riportandoli al loro significato antropologico. Qui un video dell’amatissima Gatta Cenerentola, in cui il femminiello, con il suo gesto estremo, riporta in primo piano la complessità tragica di questa figura.

Mamma Schiavona: la Madonna di Montevergine

Al centro della Iuta dei femminiell c’è la Madonna di Montevergine, chiamata affettuosamente Mamma Schiavona. Si tratta di una Madonna nera, un’iconografia diffusa nel Mediterraneo, spesso legata a culti antichi, alla terra, alla fertilità e alla protezione degli esclusi.

Secondo una leggenda molto diffusa, due uomini legati da una relazione affettiva furono condannati a morire di freddo sul monte, legati a un albero. Invocarono la Madonna, che fece apparire il sole e li salvò. Da allora, Mamma Schiavona è considerata la madre divina che protegge le persone emarginate, giudicate o punite per ciò che sono.

Non si tratta di un vero e proprio riconoscimento istituzionale, ma di una devozione popolare potente e persistente. È il popolo che, nei secoli, ha riconosciuto in questa Madonna una figura di accoglienza radicale. Per questo oggi è diventata anche un riferimento simbolico importante per la comunità LGBTQ+.

montevergine inclusivita
foto di Gianfranco Vitolo

Tammurriate, corpi e ritualità

Durante il pellegrinaggio, la tammurriata accompagna i fedeli: un ballo rituale scandito dal tamburo – non a caso chiamato ’o ball ’ncopp ’a tammorra – antico, ripetitivo, viscerale. È una forma di preghiera profondissima, perché richiede l’investimento di tutto il corpo, e potentissima, perché la preghiera danzata non si compie da soli, ma insieme, moltiplicando la forza del rito.

In questo universo musicale si inserisce la figura di Marcello Colasurdo, voce storica della musica popolare campana, che ha contribuito a mantenere viva una tradizione profondamente incarnata e contemporanea.

Qui potete ascoltare un canto tradizionale dell’artista: 

Un ponte più antico: il culto di Cibele e l’oltre-binarismo

Molti studi hanno messo in relazione la devozione a Montevergine con strati religiosi precedenti al Cristianesimo. In particolare, il culto della Magna Mater Cibele prevedeva che i suo sacerdoti si evirassero ritualmente, vivendo una condizione simbolica oltre il binarismo di genere.

Queste figure sacre, né pienamente maschili né pienamente femminili, occupavano uno spazio religioso e sociale riconosciuto. È probabile che proprio da questi culti antichi derivi, per stratificazione culturale, una particolare attenzione e devozione verso chi non si riconosce nella norma binaria. Il Cristianesimo non cancella questi strati, ma li assorbe, li rielabora, li trasforma: la dea Cibele continua a vivere nella Mamma Schiavona, cambiando forma e nome, ma preservando una funzione profonda di accoglienza, protezione e attraversamento dei confini.

Inclusività, ruoli e cultura

Tradizioni come la Iuta dei femminielli ci ricordano una cosa fondamentale: i ruoli non sono verità biologiche ma frutto della cultura.E la cultura, nel tempo, ha già saputo creare spazi di convivenza che includessero la complessità e propro per questo, profondamente umani.

Forse allora la vera domanda non è come parlare di Diversity, Equity & Inclusion, ma quando abbiamo smesso di riconoscere che l’inclusione è stata – e può essere ancora – una pratica culturale che parte “dal basso”, sentita e partecipata.

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